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decisione finale.
Buona parte di me si ostina a rimanere distante. Provo ad
ancorarmi a terra, devo ammutolire la cacofonia dei pensieri.
Raccolgo un po’ di coraggio: devo assumere una postura decente.
Razionalmente sarebbe davvero il caso di riposare. Non posso
fare a meno di farmi carico delle mie responsabilità.
Respiro.
Cercherò di pronunciare le parole giuste.
— La missione è compiuta! Abbiamo appena vissuto
un’esperienza incredibile che nessuno di noi potrà mai
dimenticare. L’analisi dei dati spiegherà ogni cosa, ma richiederà
l’attenzione e la lucidità necessarie. Allora io vi dico che la
decisione è presa: ci ritroviamo qui tra sei ore esatte. Grazie a
tutti, siete stati grandi!
Ripongo le braccia lungo i fianchi. In mente ho solo l’immagine
di me stessa distesa sul letto a guardare il soffitto per sei ore. Ma
le ore passano in fretta, e domani mattina non spetterà a noi
occuparci di stilare rapporti. I colleghi della comunicazione
interna si sono già attivati, siamo compartimentati a dovere.
Molto era già stato preparato in anticipo, il canovaccio è
pronto da mesi. L’obiettivo storico della velocità quasi-luce è
centrato, il resto scivolerà in secondo piano. Noi della sala-lancio
saremo interpellati in seguito, e spero il meno possibile.
Possiamo anche dormirci sopra qualche ora.
Intanto la sala si è ravvivata, le voci iniziano ad accavallarsi.
Finalmente qualche risata, qualche pacca sulla spalla. La tensione
inizia a scemare. Il clima sta virando verso la decisione più
razionale. Dentro me c’è un vuoto strano. Da ore lo stomaco non
mi dà più alcun segnale.
Tuttavia, almeno da una cosa sono sollevata: sono riuscita a
parlare alla squadra in modo autorevole. È una cosa che faccio
ogni giorno da anni, in automatico. Questa volta mi è sembrata
un’impresa eccezionale.
Forse non tutti sono convinti. Seduto alla sua postazione sul
lato più stretto della sala, Yuzhe sta armeggiando con
l’ologramma, come fa sempre quando qualcosa non torna.
— Yuzhe, non avevamo detto di fermarci? — riesco a
chiedergli.
— Solo un momento... solo un momento, capo! — mi risponde,
continuando ad agitare le mani.
— Va bene, va bene… Allora già che ci siamo ti chiedo solo una
cosa prima di andare: è corretto affermare che siamo arrivati
quasi al 99% della velocità della luce?
La mia è una domanda volutamente neutra, al limite della
banalità.
— Eh! Novantotto virgola nove per cento, per la precisione. I
dati confermano! — mi risponde con un tono che vuole sembrare
definitivo. Ma poi non si trattiene.
— Sono qui a calcolare le possibilità di interazioni spazio-
temporali già da dieci minuti. Le ho analizzate a fondo, o almeno
credo... — spiega, grattandosi la fronte — si direbbe che non
abbiamo effetti rilevanti, però …
— Sulle implicazioni relativistiche sai bene che abbiamo
lavorato in sicurezza. E poi l’abbiamo persa quando era quasi
ferma, non durante il picco. Non è neppure detto che non si riesca
a riprendere il contatto.
Vedremo. Adesso abbiamo deciso di staccare per qualche ora.
— gli dico, cercando di convincere lui e in qualche modo anche me
stessa.
Si agita sulla poltrona, scuote il capo, passa continuamente le
mani sui pantaloni della divisa. Il suo atteggiamento non mi
sorprende: d’altronde qui dentro lo chiamiamo tutti
affettuosamente «Xiao Yu», Il Matto.
E lui, come da copione, insiste.
— per la velocità sì … — dice quasi balbettando — siamo
allineati alle previsioni.. eh… è andato tutto come doveva andare
... Ma …
— Lascia perdere adesso Yuzhe. Ho capito cosa vuoi dire. Ci
sarà tempo per indagare.
Cerco di chiudere qui la conversazione. Fermarlo quando è
partito è come fermare un treno in corsa. Insiste.
— Il rischio di perderla era elevato, questo lo so! Ma i
radiotelescopi... Lo spettrometro… Insomma, cosa significa?
Quest’onda a bassa frequenza prima non c'era!
Devo sembrare calma. In realtà sono agitata almeno quanto
lui. Gli ripeto che l’obiettivo era la velocità, obiettivo centrato.
— Certo, obiettivo è raggiunto. E’ andata bene. — finalmente
conclude, ma è una risposta di circostanza, pronunciata senza
convinzione.
Provo a chiudere con una battuta:
— E poi smettila di darmi del Lei, Yuzhe, te l’ho già detto
tante volte.
— Certamente, dottoressa, cercherò di ricordarmene. — mi
risponde.
Adesso è immobile, rabbuiato. È chiaro che non ha colto il mio
tono scherzoso. Sta per disattivare le simulazioni, ma la sua
frustrazione è evidente.
Mi accorgo solo adesso che Xu «Hao ge» mi sta facendo
l’occhiolino dal fondo della sala: ha già convinto gli altri. Anche
Zhang Mei ha finalmente abbandonato la sua postazione: adesso è
in piedi vicino a lui, visibilmente spossata ma sorridente. In
questi frangenti Xu rimane insuperabile. Ci siamo capiti
benissimo, senza bisogno di parole. Sento un leggero ronzio nelle
tempie. Siamo davvero molto stanchi.
Ci vediamo tra sei ore, andrà tutto bene.
Capitolo #10
La sala delle colombe