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Capitolo #1
Il viaggio del Drago
Wenchang Spacecraft Launch Center (WSLC), Wenchang, Hainan,
Cina - 6 Agosto 2049
Non dormo da trentaquattro ore. Non mangio da almeno
ventiquattro. Ho bevuto solo qualche sorso d’acqua e un tè
dimenticato sulla scrivania.
Non oso pensare all’aspetto del mio viso, a come sono conciati
i miei capelli. Non è importante, mi ripeto che non c’entra niente.
Ce l’abbiamo fatta.
Questo è un evento storico di cui si parlerà per secoli. Esserne
stata parte attiva mi sembra incredibile. Devo continuare a
ripetermi che è reale, che è successo veramente. Ho la gola secca,
sento le labbra ruvide, mi tremano le mani. Osservo dall’esterno
questo mondo rarefatto. Spero non si noti, spero che nessuno ci
faccia caso.
È andata. Il target point del picco di velocità è stato raggiunto.
L’ingresso in orbita aveva probabilità di successo minime.
Nessuna sorpresa, anche se un po’ ci speravamo. La scritta
congelata sullo schermo principale dice 10 ore, 26 minuti, 39
secondi, distanza 4,4 miliardi di chilometri. La mia Lóngxìng
Tàiyáng (sì, mi piace dire mia), ha raggiunto l’azzurro di Nettuno
in un battito di ciglia: velocità di picco 296.490 chilometri al
secondo. A pensarci sale un brivido.
Alzo gli occhi, mi costringo a fare una panoramica della sala.
Lo staff finalmente respira, molti hanno appoggiato la schiena
alla sedia e disteso le gambe, dopo ore di tensione.
L’atmosfera è da Missione Compiuta, ma non sento il visibilio,
solo sparuti tài bàng le. I pochi evviva non esplodono in un coro.
Qualcuno ha applaudito; i più lo hanno fatto senza troppa
convinzione, tenendo le mani sopra alla testa e gli occhi incollati
agli ologrammi. Mi risuonano in mente le parole del direttore
Chen il giorno dell’incarico:
«La corsa allo spazio è una priorità nazionale assoluta. Ci
stanno chiedendo l’impossibile. Noi siamo chiamati a renderlo
reale!»
Diamo l’anima qui dentro da due anni e quattro mesi. La
fatica ci ha uniti, ci ha resi fratelli. Perché non ci stiamo
abbracciando? Perché non esultiamo commossi, fino a piangere di
gioia?
Vediamo tutti la stessa cosa. O meglio: non la vediamo, non la
vediamo più. Il cono argentato della sonda è scomparso dagli
schermi. I simulatori olografici non ne mostrano la sagoma, né i
rottami. Siamo arrivati all’anello Adams, in mezzo agli archi di
Brahic. Poi più niente. I sensori in tempo reale non trasmettono,
e non hanno rilevato l’esplosione. I sistemi di emergenza sono
l’ultima possibilità, ma inviano alla vecchia maniera: i dati
impiegheranno ore ad arrivare.
Zhang Mei sta sussurrando qualcosa al suo vicino di
postazione. La guardo, osservo il suo corpo minuto, i capelli corti
brizzolati, la posizione contorta sulla sedia. Riesco a cogliere una
frase:
— Questa cosa non ha senso!
Mentre parla tiene l’indice puntato sul riquadro del radio-
spettrometro quantistico. Nella proiezione che ciascuno di noi ha
di fronte a sé per lavorare, quel dato è in basso a sinistra, piccolo,
discreto. Lo strumento ha rilevato un’onda continua e
persistente, a bassa frequenza: 432 cicli al secondo.
Con la coda dell’occhio vedo Yuzhe trascinare l’informazione
verso il centro della simulazione per ingrandirla. Il segnale è
partito quattro ore fa dall’orbita di Nettuno. Il suo eco ci
raggiunge adesso, proprio mentre la Lóngxìng scompare da ogni
rilevazione, come evaporata. 432 Hz, costante. Al momento non
abbiamo altro.
La sala si sta movimentando. Qualcuno si alza. Finalmente
incrociamo gli sguardi, ci ritroviamo. Tutti si aspettano che io
dica qualcosa. Non mi sento pronta. Per mia grande fortuna Xu ha
conquistato la scena: si è appena alzato in piedi, con la sua
postura signorile che gli è valsa il soprannome di «Hao ge».
Il nostro collega-maggiordomo ha appena iniziato a parlare.
— Allora, insomma, è andata bene! Sì, so benissimo a cosa
state pensando, e anch’io sono con voi, certo, certo. Tuttavia, mi
permetto di farvi notare che i dati dei sensori di emergenza
arriveranno qui sulla terra tra non meno di quattro ore …
Sto ringraziando Xu con tutto il cuore. Mi ha appena sollevata
dall’onere di rompere il ghiaccio che si era formato. Il
soprannome di maggiordomo gli calza davvero a pennello. Mi
rivolgo a lui con un cenno, invitandolo a proseguire. Ci siamo
intesi, sa che mi fido. Mi sorride, si passa una mano tra i capelli e
prosegue, senza tentennamenti.
— Praticamente non dormiamo da due giorni, forse qualcuno
non se ne è accorto? E poi, ragazzi … Niente panico: una sonda da
diciotto tonnellate non è un coniglio che sparisce nel cappello!
Fa una pausa, lascia decantare la battuta. Unisce le mani come
in segno di preghiera.
— Quindi adesso vi propongo di andare tutti di sopra a
schiacciare un bel pisolino, a farci una doccia e magari a ingoiare
qualcosa. Che ne dite di un bel piatto di Jiaozi? Ci sarà ancora
molto lavoro da fare, dobbiamo recuperare energie, essere lucidi.
Xu è composto e ben pettinato, come sempre; solo un filo di
barba tradisce la stanchezza. Lo sforzo di dimostrarsi sereno e
ordinariamente professionale è ammirevole. Sento gli altri
discutere, stanno facendo commenti sui pochi dati disponibili.
Molti però annuiscono, in supporto alla proposta di andare in
pausa. La stanza è saturata dal mormorio. Aspettano la mia